“Consideriamo i dati come un valore”.“We need to understand the value of data.”

“We need to understand the value of data.”
Marginal Column
Prof. Dr.-Ing. Matthias Putz

Prof. Dr.-Ing. Matthias Putz,

Direttore dell’Istituto Fraunhofer per le Macchine Utensili e il Metal Working (IWU), è Responsabile per gli ambiti di ricerca Macchine Utensili, Sistemi di Produzione e Tecnologie ad Asportazione di Truciolo. Presso il Politecnico di Chemnitz, detiene la Cattedra di Macchine Utensili e Tecnologie a Deformazione Plastica ed è Docente Onorario di Produzione Integrata presso l’Istituto Superiore Tecnico-Economico (HTW) di Dresda. Ha studiato Ingegneria Meccanica, con specializzazione in Idraulica e Tecnologie di automazione.

Fra gli altri ruoli, è membro dell’Accademia Internazionale per le Tecnologie di Produzione (CIRP) e Coordinatore del Progetto Pilota “E3-Produktion” dell’Istituto Fraunhofer.

Copyright Photo: Fraunhofer-IWU

Content

Marzo 2017

 

Il professore Matthias Putz vede nell’ambito Big Data grandi opportunità per le tecnologie di produzione, ed opera per un rapporto aperto, ma ben finalizzato, con tali informazioni.

Anche per l’industria delle produzioni, l’espressione “Big Data” suona come la promessa di un futuro aureo: non si stanno, forse, creando troppe aspettative al riguardo?

A mio parere, no: Big Data significa padroneggiare la complessità e utilizzarla a nostro vantaggio, che si tratti di sociologia, biologia, meteorologia, o anche di tecnologie di produzione. Vi sono interconnessioni che, fino ad oggi, dovevamo lasciare fuori dalla porta, in quanto non potevamo elaborarle: pertanto, occorrevano semplificazioni. Le moderne tecnologie informatiche, invece, ci consentono già oggi (e molto di più in futuro) di dedurre informazioni che vanno oltre il classico principio causa-effetto. Con i mezzi offerti dall’informatica possiamo cambiare cose a cui, soprattutto nell’industria meccanica, eravamo abituati da decenni, se non da secoli. Penso, innanzitutto, alla ripartizione del lavoro nel processo di produzione.

Come possono le aziende sapere quali siano i dati cruciali?

È una domanda interessante: in parte, neppure noi lo sappiamo ancora. A Chemnitz, ad esempio, stiamo lavorando ad un gruppo di ricerca che si occuperà proprio di questo: partendo da processi di produzione ben concreti, assieme a matematici e a tecnici informatici, valuteremo quali dati ci occorrano per ottenere conoscenze a valore aggiunto. A tale riguardo, è fondamentale non partire dal punto anteriore, iniziando dai dati come i vari Google ed Apple, ma ragionare da tecnici della produzione, pensando a come utilizzare i dati partendo dal valore aggiunto.

Non è un lavoro troppo oneroso, per le piccole-medie imprese?

È troppo vasto soltanto se, alla fine del lavoro, il valore aggiunto non si ottiene. Ogni piccola-media impresa compie qualsiasi sforzo immaginabile, se questo porterà valore aggiunto secondo il suo modello aziendale. Perciò, proprio questo è il compito: valutare le possibilità offerte dai Big Data alla luce del proprio modello aziendale. E qui, non posso che esortare le aziende a sfruttare anche la rete già oggi esistente fra industria e mondo della ricerca!

Che cosa occorre ancora all’industria, per poter utilizzare proficuamente i propri dati?

Innanzitutto, non dobbiamo illuderci di avere già tutti i dati!

Consiglio ad ogni azienda di valutare come poter generare ancora più dati e come poterli collegare ai propri prodotti. Vi sono molte possibilità per farlo: ad esempio, con la tracciabilità dei prodotti. Sempre con un esempio, dovremmo contrassegnare gli elementi in lamiera dall’ottenimento del materiale fino alla rottamazione e dovremmo poter utilizzare tali dati. Risolveremo senz’altro anche queste sfide: non occorre un nuovo Einstein, ma solo tempo e investimenti.

A chi apparterranno i dati del futuro?

A mio avviso, alcuni dati sono patrimonio comune, il che è già

realtà quotidiana: ad esempio, se conduciamo un progetto di ricerca con l’Associazione Tedesca per la Ricerca, questo è un presupposto fondamentale. Per contro, vale anche un’altra regola: chiunque generi dati, deve anche fare in modo di mantenere i diritti sui dati stessi. Se noi, come tecnici della produzione, forniamo dati, questo consente ad altri di analizzare tali dati e di utilizzarli per i loro modelli aziendali; la proprietà intellettuale di quei dati, però, rimane nostra. In pratica, offriamo quasi il “greggio” necessario per i processi di lavorazione.

La trasparenza dei dati e la loro sicurezza non sono due concetti in contraddizione?

In primo luogo, dobbiamo essere coscienti del fatto che i dati abbiano un valore. La tutela dei dati è senz’altro importante, ma non dobbiamo nasconderci dietro a questo concetto. All’Istituto Fraunhofer stiamo ragionando molto concretamente su come rendere disponibili i dati; naturalmente, pensiamo anche alla sicurezza, ma in primo luogo ci focalizziamo su come rendere i dati utilizzabili come valore, come prodotto. Quanto alla sicurezza dei dati, la società Fraunhofer ha attualmente in corso una grande iniziativa: l’Industrial Data Space. Fra gli altri ambiti, assieme all’industria, si ragiona su come sia possibile inviare i dati in “contenitori” non manipolabili che, tuttavia, forniscano al destinatario tutte le informazioni sui dati stessi.

Come si suddividono le prospettive, a livello globale?

Per ciò che in Germania si definisce Industry 4.0, in tutta Europa, come anche in Cina, vi sono concezioni specifiche, ma con un orientamento comune: i cinesi, ad esempio, hanno un approccio molto più restrittivo verso i loro dati; oppure, pensiamo alla West Coast degli Stati Uniti, dove si trovano i maggiori centri di tecnologia informatica: là si sa da tempo come fare business con i dati. Tuttavia, se guardiamo con più attenzione, questa domanda ha sempre meno significato, in quanto le aziende, ormai, agiscono su scala internazionale

Se tutto diventerà questione di dati ed algoritmi, quale ruolo potrà ancora giocare l’uomo?

È un argomento molto dibattuto, sul quale noi di Fraunhofer discutiamo fin dagli inizi della digitalizzazione. A suo tempo, abbiamo sviluppato il progetto E3, per una produzione sostenibile.

Inizialmente, le tre “E” significavano in tedesco “Tecnologie efficienti”, “Fabbriche autonome e ad emissione zero” ed “Ergonomia” (Effiziente Technologien, Emissionsneutrale und energieautarke Fabriken, Ergonomie); l’ultimo punto, nel frattempo, è diventato “Coinvolgimento dell’uomo” (Einbindung des Menschen). In tale ambito, consideriamo aspetti di motivazione e di ergonomia, ma anche il ruolo svolto dall’uomo nella produzione digitalizzata. Vi è, comunque sia, un punto fermo: anche in futuro, occorrerà l’intuito umano. Chiunque, del resto, deve sviluppare i modelli aziendali più appropriati e prendere decisioni nel contesto del caso. Certo, in alcuni ambiti lavorativi vi saranno criticità; tuttavia, non dobbiamo temere questi cambiamenti, in quanto noi stessi possiamo contribuire a plasmarli.