Marginal Column
Prof. Thomas Bauernhansl

Thomas Bauernhansl è Direttore dell’Istituto per la Produzione Industriale e l’Esercizio di Fabbrica (IFF) dell’Università di Stoccarda e dell’Istituto Fraunhofer per le Tecnologie di Produzione e l’Automazione (IPA) della stessa città. Dopo gli studi universitari e il Dottorato all’Università RWTH di Aquisgrana, ha inizialmente lavorato per alcuni anni nell’industria, per poi ricoprire l’attuale posizione presso l’Università di Stoccarda.

“Creare assieme nuovi valori.”

Content

Luglio 2017

 

Thomas Bauernhansl, dell’Istituto per la Produzione Industriale e l’Esercizio di Fabbrica (IFF) dell’Università di Stoccarda, ci parla dei vantaggi dell’Industry 4.0 per l’economia, dei suoi principali sviluppi negli anni a venire e delle opportunità che essa rappresenta per le piccole e medie imprese.

Prof. Bauernhansl, l’espressione “Industry 4.0” si è ormai affermata; quali vantaggi offrono, a Suo parere, gli sviluppi in tale direzione?

Innanzitutto, occorre dire che già l’espressione in sé è qualcosa di geniale: per la prima volta, si è riusciti ad esprimere in modo davvero accattivante un cambiamento nato dalla tecnologia, ma che avrà grandi ripercussioni anche su modelli aziendali e posizioni di concorrenza. Ciò è utile in quanto, sotto questa espressione, molti si sono riuniti, molti si scambiano idee e, già oggi, affrontano gli sviluppi futuri in modo interdisciplinare. Naturalmente, poi, anche a livello di stabilimento vi sono implementazioni di grande successo, che apportano enormi vantaggi: ciò si nota, soprattutto, dai grandi incrementi di produttività, dalla superiore efficienza nelle consegne e dal maggiore orientamento ai vantaggi per il cliente, che ottiene maggiori funzionalità, grazie all’integrazione offerta dai servizi digitali.

Quali fattori, nei prossimi cinque-dieci anni, saranno decisivi, affinché il trend proceda positivamente?

Un aspetto importante sarà quello delle infrastrutture. Siccome nei modelli aziendali dell’Industry 4.0 parliamo anche di economia dell’accesso, è fondamentale che tale accesso venga innanzitutto consentito a livello strutturale. Si tratta, essenzialmente, di fornire adeguate larghezze di banda, con le opportune latenze. Al contempo, i molti dati a disposizione andranno utilizzati in modo proficuo: in tale ambito, il prossimo passo sarà il passaggio dall’era dei sistemi IoT (Internet of Things) integrati a quella dei sistemi autonomi.

Può spiegarci quest’ultimo concetto?

Attualmente, i dati vengono principalmente raccolti ed analizzati, per ottenerne concreti ausili decisionali: lo possiamo vedere, ad esempio, nella Predictive Maintenance che, grazie all’analisi dei dati, riduce al minimo i fermi macchina. In futuro, grazie a processi di Machine Learning sempre più evoluti e a quantità di dati analizzati sempre maggiori, vi saranno anche maggiori possibilità di autonomia: ad esempio, fra un paio d’anni, potremmo già vedere un intero processo di engineering svolgersi in modo automatico.

Quanto conta, nell’ambito di tali sviluppi, che una massa critica di aziende punti sui sistemi ciberfisici?

In prospettiva, passeremo dall’economia della pipeline, ossia la classica catena del valore aggiunto, ad un’economia di piattaforma. Quest’ultima è contraddistinta da ecosistemi di business, in cui molti player creano assieme nuovi valori. E qui, se ciascuno si concentra su ciò che può fare, nascono sinergie che, senza collaborazione, non sarebbero possibili. Tali ecosistemi operano in base alla Legge di Metcalfe, secondo la quale l’utilità di un sistema di questo tipo è proporzionale al quadrato del numero di utenti che vi partecipano. In tale ottica, è importante che vi sia un certo numero di aziende, per poter trarre da tali sistemi il maggiore vantaggio possibile.

Quali settori sono i più avanzati, in questo trend?

L’agricoltura, ad esempio, è già molto evoluta in quest’ambito: l’integrazione di mezzi di produzione con contenuti di altri fornitori, denominata “Precision Farming”, ha già una certa tradizione. In tale settore, perciò, vi sono già numerosi clienti che partecipano attivamente alle piattaforme dei grandi costruttori. Anche nell’industria meccanica e nel settore automotive stanno nascendo piattaforme simili: aziende rinomate ed affermate si associano, per operare assieme e sfruttare gli effetti di scala.

Non vi sono anche riserve nel collaborare con possibili concorrenti?

In parte, sì; molto dipende, tuttavia, dal tipo di concorrenza. Restiamo nel caso dell’industria automobilistica. Attualmente, il ramo si trova di fronte a player molto grandi ed esterni al settore: Google, ad esempio, che con il suo servizio di mappe ha già creato una valida base per organizzare la mobilità del futuro. Senza questi nuovi e forti concorrenti, la disponibilità alla cooperazione all’interno del settore non sarebbe certo la stessa. Finché le aziende ritengono di avere successo da sole, vanno per la loro strada; soltanto quando nuovi player di grande forza entrano sul mercato, aumenta la disponibilità a cooperare, poiché altrimenti, soltanto con la propria piattaforma, non si penetrerebbe nel mercato stesso con sufficiente rapidità.

Quale ruolo svolgono standard e normative, in questi modelli aziendali improntati alla cooperazione?

Alla standardizzazione si arriverà comunque; si tratta solo di capire con quali processi. Una possibilità sono i classici comitati normativi e la definizione preventiva di standard; l’altra, la forza normativa dei fatti: ossia, semplicemente, di piattaforme che si affermano e che, in tale modo, definiscono gli standard. A mio parere, ci occorrono entrambe le cose. Ormai, del resto, esistono già alcuni standard che, seppur non vengano ancora definiti come tali, di fatto, con l’utilizzo, lo sono già diventati. In futuro, sarà sempre più difficile concordare standard validi per l’intera industria soltanto incontrandosi da qualche parte: già oggi, per poterlo ancora fare, siamo troppo vicini all’ambito applicativo e in forte concorrenza. Perciò, tramite le piattaforme e la relativa forza sul mercato, vanno definendosi i cosiddetti semistandard, che in seguito vengono normati ufficialmente.

Riguardo al prossimo futuro, ritiene verranno allestite da zero intere linee di produzione Industry 4.0, oppure verranno riequipaggiate le linee preesistenti?

Soprattutto nei settori industriali tradizionali, è illusorio pensare che le aziende gettino alle ortiche tutti i loro mezzi di produzione, investendo per procurarsene di nuovi: anche sotto il profilo finanziario, non è assolutamente concepibile. In sostanza, anche per il prossimo futuro, resta la strada della migrazione, ossia trasporre impianti preesistenti, passo dopo passo e nei limiti del possibile, nelle infrastrutture informatiche cloud-based ed orientate al Customer Care. L’importanza della migrazione, tuttavia, non si limita alle sole macchine: è un argomento che riguarda l’intera piramide dell’automazione. Anche i sistemi ERP o MES, entro i prossimi cinque/dieci anni, non esisteranno più, nella forma con cui li conosciamo.

Quali potenzialità ritiene vi siano, per le piccole e medie imprese?

L’intero trend, soprattutto per le medie imprese, rappresenta un’enorme opportunità. L’economia dell’accesso consente, inoltre, anche alle piccole imprese di utilizzare vari servizi, a livello di infrastruttura, piattaforma, software e perfino hardware: alcuni di questi servizi sono gratuiti, oppure vengono pagati soltanto in base all’effettivo utilizzo. In altri termini, spesso non occorre più stanziare forti somme di denaro, in anticipo e con rischi elevati, per investimenti e sviluppi finalizzati a competenze e capacità. Combinando le possibilità in modo intelligente, è possibile ottenere un modello di azienda concorrenziale a livello globale. E se qui si agisce in modo rapido e flessibile, è possibile impensierire anche le grandi aziende multinazionali.

A Suo parere, quali elementi sono cruciali, affinché tutto questo funzioni?

Chi desidera avere successo in questo nuovo mondo, deve concentrarsi su quattro aspetti. Innanzitutto, occorre l’idea di come strutturare concretamente un determinato modello aziendale: senza logica commerciale, neppure la miglior tecnologia può servire. La tecnologia: è ciò che devo sviluppare nel secondo step, per “assemblare” le possibilità del mio modello aziendale, tramite moduli hardware e software ed una piattaforma appropriata. Terzo punto: nel caso ideale, devo sviluppare la mia clientela ed il mercato parallelamente alla mia tecnologia, con approcci come lo sviluppo agile e il Minimum Viable Product. Da ultimo, devo coinvolgere l’organizzazione, a livello culturale e sul piano delle competenze: se, ad esempio, da anni il Reparto Sales vende solo componenti per macchine, ora, finalmente, dovrà poter offrire al cliente servizi basati su piattaforma.

Quanto è importante il ruolo dei collaboratori, in questi processi?

In tutto questo dibattito su tecnologia e business, non va dimenticato di considerare i collaboratori, fin dall’inizio. Ad esempio, occorre valutare quali mansioni cambieranno, quali saranno quelle nuove e come si trasformeranno i contenuti. È importante qualificare i collaboratori, al fine di ridurre le preoccupazioni per il futuro. Qualsiasi trend, dopotutto, viene plasmato dalle persone, le quali possono apprezzarlo o meno. La differenza fra le due attitudini ha effetti rilevantissimi – e creare una positiva opinione d’insieme non è poi così difficile, se vi si ragiona per tempo, assieme ai collaboratori.